Con l’arrivo della bella stagione, è sempre bello andare in montagna, anche se non c’è più la neve. Tuttavia, spesso il passaggio dalle scrivanie ai sentieri impervi può risultare un po’ traumatico per un fisico non adeguatamente allenato.
Siamo infatti soliti pensare che la montagna sia pericolosa solo in inverno, ma non è affatto così!
Se in inverno il pericolo principale è legato alla neve, in primavera ed estate il terreno sconnesso, le pendenze elevate e l’affaticamento muscolare sono tra i principali responsabili di traumi ortopedici. Se poi si praticano sport più “estremi”, come ad esempio l’arrampicata, il rischio ovviamente è molto più alto.
Gli infortuni ortopedici rappresentano la categoria più frequente tra i traumi da montagna estiva, coinvolgendo articolazioni, legamenti, ossa e muscoli. Comprendere le cause, riconoscere i rischi e adottare comportamenti preventivi può quindi fare la differenza tra una gita indimenticabile e una al pronto soccorso.
| ~75% degli infortuni in montagna riguarda gli arti inferiori | 60% dei traumi avviene in discesa sul sentiero |
| 1 su 3 degli infortuni coinvolge escursionisti non allenati | Maggio–Agosto il picco stagionale degli interventi del Soccorso Alpino |
Vediamo quindi quali sono i rischi più comuni durante una gita in montagna per provare a capire come evitarli, proteggendo le articolazioni e non solo.
Gli infortuni più comuni dell’escursionismo estivo
La primavera e l’estate portano con sé condizioni ambientali particolari che amplificano il rischio di infortunio: il terreno instabile per il disgelo, i residui nevosi nei canali in quota, i sentieri ancora bagnati dalla pioggia e la maggiore stanchezza legata al caldo estivo possono essere fattori che concorrono ad aumentare l’incidenza dei traumi.
La maggior parte degli infortuni gravi non avviene infatti su terreni tecnici o in situazioni estreme, ma su sentieri ordinari e per lo più durante la discesa, spesso a poca distanza dall’arrivo, quando la stanchezza riduce la prontezza dei riflessi e il controllo neuromuscolare.
Gli arti inferiori sono i protagonisti assoluti della traumatologia da montagna estiva: caviglie, ginocchia e anche costituiscono i distretti più vulnerabili, ma non mancano infortuni agli arti superiori, soprattutto in correlazione alle cadute.
Distorsione della caviglia durante un trekking
Le distorsioni della caviglia sono forse uno degli “incidenti” più diffusi in montagna. Un appoggio errato su una pietra mobile o una radice sporgente sono sufficienti per causare una sollecitazione dei legamenti (solitamente nel comparto esterno).
- Il rischio: una distorsione viene troppo spesso inizialmente sottovalutata, data l’assenza di fratture o traumi importanti, ma – se trascurata – può portare a un’instabilità cronica.
- Il consiglio dell’ortopedico è quello di utilizzare calzature “mid” o “high” che avvolgano il malleolo, specialmente su terreni tecnici.
Traumi al ginocchio in montagna a carico del menisco e dei legamenti
Il ginocchio è l’ammortizzatore del nostro corpo, quindi, soprattutto durante i trekking, e specialmente se con zaini pesanti, è sottoposto a carichi eccentrici molto elevati.
Le lesioni più comuni in montagna a carico del ginocchio includono rotture meniscali da torsione e distorsioni (o rotture) del legamento crociato anteriore (LCA) che richiede – nei casi più gravi – anche un intervento chirurgico, soprattutto se si intende continuare a praticare attività sportiva.
Come misura preventiva si consiglia l’uso dei bastoncini da trekking, per ridurre il carico articolare fino al 25% e preservare il più possibile la cartilagine.
Il sovraccarico tendineo stagionale
Con la transizione verso la stagione estiva, l’incremento repentino dei volumi di carico su terreni irregolari espone l’apparato muscolo-scheletrico a un picco di tendinopatie da sovraccarico.
La combinazione di pendenze elevate e instabilità del fondo sollecita infatti in modo eccentrico il tendine d’Achille e il distretto rotuleo, innescando processi di maladattamento tissutale e microlesioni della matrice extracellulare.
Spesso sottovalutata, la fase reattiva iniziale può evolvere in una tendinosi cronica, se non gestita con un protocollo di load management (gestione del carico) specifico.
In ambito clinico, è poi fondamentale distinguere tra flogosi acuta e degenerazione strutturale, guidando l’escursionista verso una ripresa graduale e basata su esercizi di isometria e rinforzo eccentrico, essenziali per ripristinare la resilienza meccanica del tendine prima del ritorno in quota.
Fratture di polso e spalla per cadute in montagna
Le fratture o altri traumi agli arti superiori non sono legati solo all’arrampicata: possono essere causati anche da banali scivolate su erba bagnata o fango.
L’istinto di parare la caduta mettendo avanti le mani spesso può infatti evitare alcuni danni ma crearne altri. Più frequentemente la frattura del radio distale o, nei casi più violenti, una lussazione della spalla.
Infortuni legati ad arrampicata e vie ferrate estive
Se l’escursionismo colpisce prevalentemente gli arti inferiori, le attività verticali spostano il sovraccarico sulle estremità superiori e sulla colonna.
I traumi della mano e “pulegge” sono piuttosto diffusi nell’arrampicata sportiva, perché lo sforzo intenso su prese piccole può causare lesioni ai tendini o alle pulegge delle dita. Si tratta di infortuni subdoli che richiedono una diagnosi ecografica tempestiva.
Movimenti di trazione estrema o cadute dinamiche possono inoltre sollecitare eccessivamente la cuffia dei rotatori o causare instabilità articolare, con conseguenti lussazioni e impingement della spalla
Non sono ovviamente da tralasciare i traumi da impatto soprattutto in via ferrata, dove, a differenza dell’arrampicata – la corda utilizzata non è elastica e quindi un’eventuale caduta risulta spesso più “statica” e violenta.
Oltre al rischio di fratture agli arti per l’urto contro la roccia, in questo caso anche la colonna vertebrale può subire forti sollecitazioni da decelerazione.
Infortuni e ciclismo in montagna (MTB)
Le cadute dalla bicicletta da montagna generano un pattern di lesioni tipico: fratture della clavicola, lesioni della spalla (acromionclavicolare), fratture del polso e contusioni alle costole.
L’uso sistematico del casco e dei guanti riduce significativamente la gravità dei traumi cranici e alle mani, ma la tipologia di sport resta in ogni caso rischiosa, sia per le pendenze che per la velocità di manovra.
Fattori di rischio: perché ci si fa male in montagna d’estate?
I principali fattori di rischio comprendono: stanchezza muscolare accumulata, calzature inadeguate o non specifiche per il trekking, terreno bagnato o friabile, mancanza di bastoncini da trekking, deficit propriocettivo (soprattutto dopo precedenti distorsioni), disidratazione e ipoglicemia che compromettono riflessi e coordinazione.
Per prevenire un infortunio, è quindi necessario identificare le cause scatenanti che vanno ben oltre la semplice sfortuna, come la mancanza di propriocezione (quando il corpo non è abituato a reagire istantaneamente alle irregolarità del terreno), una preparazione fisica Inadeguata o una scarsa idratazione.
La discesa è il momento più pericoloso
Controintuitivamente, la maggior parte degli infortuni ortopedici in montagna non avviene in salita, ma durante la discesa.
Tale fenomeno è ben noto in letteratura medica e ha spiegazioni biomeccaniche precise.
In discesa, il carico sull’articolazione del ginocchio può infatti raggiungere valori pari a quattro-sei volte il peso corporeo. La muscolatura, già affaticata dopo ore di cammino, lavora in contrazione eccentrica — ovvero si allunga mentre è sotto tensione — un tipo di sforzo più esigente e lesivo rispetto alla contrazione concentrica tipica della salita. La stanchezza riduce la propriocezione e i tempi di reazione, rendendo il piede meno stabile sul terreno.
Prevenzione ortopedica degli infortuni in montagna
| Fattore di Rischio | Soluzione Preventiva |
| Stanchezza in discesa | Usare i bastoncini da trekking per scaricare il peso. |
| Terreno instabile | Indossare scarponi che proteggano il malleolo. |
| Zaino troppo pesante | Non superare il 15% del proprio peso corporeo. |
| Scivolate su erba/fango | Suola in mescola specifica (es. Vibram) con tassellatura profonda. |
FAQ – Domande frequenti sulla traumatologia in montagna
Ho preso una storta alla caviglia ma riesco a camminare: devo preoccuparmi?
Riuscire a caricare il peso non esclude necessariamente una microfrattura o una lesione legamentosa parziale. Se dopo 24-48 ore il gonfiore persiste, è fondamentale una valutazione ortopedica per evitare instabilità croniche.
Quali sono i primi soccorsi in caso di trauma sul sentiero?
Segui il protocollo R.I.C.E.: Riposo, Ice (ghiaccio o acqua fredda), Compressione leggera e Elevazione dell’arto. Evita di forzare il cammino se il dolore è acuto.
I bastoncini da trekking servono davvero a prevenire infortuni?
Sì. Distribuiscono il carico su quattro punti, salvaguardando le articolazioni del ginocchio e dell’anca, specialmente durante le lunghe discese, e migliorano l’equilibrio globale.
La montagna è salute, ma richiede rispetto e preparazione. Un infortunio ortopedico in estate può compromettere non solo la vacanza, ma anche la ripresa dell’attività lavorativa in autunno.
Riabilitazione e ritorno all’attività dopo un infortunio
Uno degli errori più comuni dopo un infortunio ortopedico in montagna è il ritorno precoce all’attività.
La guarigione dei legamenti, ad esempio, richiede un tempo biologico che non può essere accelerato: un legamento collaterale della caviglia impiega – ad esempio – mediamente 6-8 settimane per recuperare la resistenza meccanica iniziale.
La fisioterapia precoce — avviata già nelle prime 48-72 ore con tecniche di mobilizzazione dolce e controllo dell’edema — può però velocizzare il recupero e ridurre il rischio di instabilità cronica.
Il protocollo riabilitativo deve sempre includere fasi di rinforzo muscolare, rieducazione propriocettiva e progressivo reintegro ai carichi specifici dell’attività.
Per fare un esempio concreto: prima di riprendere l’escursionismo dopo una distorsione di caviglia, il paziente dovrebbe essere in grado di eseguire almeno 20 ripetizioni di sollevamento sul tallone monopodalico, senza provare dolore, mantenere l’equilibrio su un piede ad occhi chiusi per almeno 10 secondi e fare jogging in linea retta senza zoppicare. Solo a quel punto il rischio di recidiva si riduce in modo sostanziale.
La consapevolezza dei rischi ortopedici specifici della stagione — terreno instabile, stanchezza in discesa, improvvisi cambiamenti delle condizioni — non deve generare timore, ma alimentare un approccio responsabile e informato.
Prepararsi fisicamente con anticipo, scegliere equipaggiamento adeguato, gestire con intelligenza ritmi e soste, e saper riconoscere i segnali di allerta del proprio corpo sono i pilastri di una pratica della montagna sicura e sostenibile nel tempo. La prevenzione, in questo ambito come in altri, vale infinitamente più della cura.
La montagna non perdona la fretta, ma premia chi la conosce e la rispetta. Ogni infortunio evitato è una stagione guadagnata.





